Morire in discoteca. Occorre Una chiave per curare

Milano, 9 dicembre 2018

Ieri notte riflettendo sulla tragedia di Corinaldo con una tee shirt dei Radiohead a garantire i miei sogni, ho immaginato una chiave di lettura diversa. Mi è risuonata in testa altissima Una chiave di Caparezza, canzone straordinaria contenuta nell’ultimo disco Prisoner 709 (qui la mia recensione). I ragazzi, gli adolescenti hanno bisogno di vedere una luce, di immaginarla anche dai bunker di ribellione dove si nascondono. Quando a 13 anni soffrivo come un cane per la prima cotta andata male, quanto bene mi facevano le parole semplici di mia madre: se è quello giusto tornerà. A volte lenisce anche una frase fatta, bugiarda. L’importante è mantenere il contatto, parlare, provare a curare, esserci. 

Da che ho memoria in discoteca si rubano borse e oggetti personali, si crea ressa agli eventi e si specula. Probabilmente solo la fortuna o un servizio d’ordine efficiente hanno evitato alcune tragedie. Ho memoria di concerti schiacciata su una transenna o letteralmente trascinata da migliaia di persone disordinate e rumorose. L’Italia è il paese delle lacrime di coccodrillo e del latte versato: terremoti, ponti crollati, morti nelle piazze e ai concerti che non danno mai la spinta necessaria ad applicare disciplina e rigore nelle azioni quotidiane. Siamo straordinari nel piangere, un po’ meno nel prevenire. La nostra politica non rischia un centimetro di impopolarità per risolvere un problema reale. Siamo una patina di pajettes su giacche consunte.

Crescere non è mai stato semplice, ognuno di noi si è sempre barricato nella sua musica. Oggi può essere la trap, ieri il grunge o il punk negli anni 70. E’ giusto e normale creare barriere, sentirsi distanti dai propri genitori, dagli adulti, ma è altrettanto fondamentale che noi adulti ci ricordiamo di esserci, provare a sanare quel buco nero che è l’adolescenza con tutto quel senso di inadeguatezza che produce. Una chiave dice tutto in poche parole, eccole (da caparezza.com):

Ti riconosco dai capelli, crespi come cipressi, da come cammini, come ti vesti, dagli occhi spalancati come i libri di fumetti che leggi, da come pensi che hai più difetti che pregi, dall’invisibile che indossi tutte le mattine, dagli incisivi con cui mordi tutte le matite, le spalle curve per il peso delle aspettative come le portassi nelle buste della spesa all’Iper, e dalla timidezza che non ti nasconde perché ha il velo corto, da come diventi rosso e ti ripari dall’imbarazzo che sta piovendo addosso con un sorriso che allarghi come un ombrello rotto. Potessi abbattere lo schermo degli anni ti donerei l’inconsistenza dello scherno degli altri, so che siamo tanto presenti quanto distanti, so bene come ti senti e so quanto ti sbagli, credimi.

No, non è vero che non sei capace, che non c’è una chiave.

Sguardo basso, cerchi il motivo per un altro passo, ma dietro c’è l’uncino e davanti lo squalo bianco e ti fai solitario quando tutti fanno branco, ti senti libero ma intanto ti stai ancorando. Tutti bardati, cavalli da condottieri, tu maglioni slabbrati, pacchiani, ben poco seri. Sei nato nel Mezzogiorno però purtroppo vedi solo neve e freddo tutt’intorno come un uomo Yeti. La vita è un cinema tanto che taci, le tue bottiglie non hanno messaggi. Chi dice che il mondo è meraviglioso non ha visto quello che ti stai creando per restarci. Rimani zitto, niente pareri. Il tuo soffitto: stelle e pianeti. A capofitto nel tuo limbo in preda a pensieri procedi nel tuo labirinto senza pareti.

No, non è vero che non sei capace, che non c’è una chiave.

Noi siamo tali e quali, facciamo viaggi astrali con i crani tra le mani. Abbiamo planetari tra le ossa parietali, siamo la stessa cosa mica siamo imparentati, ci separano solo i calendari. Vai tallone sinistro verso l’interno Caronte diritto verso l’inferno, lunghe corse, unghie morse, lune storte, qualche notte svanita in un sonno incerto poi l’incendio. Potessi apparirti come uno spettro lo farei adesso ma ti spaventerei perché sarei lo spettro di me stesso e mi diresti: “Guarda tutto a posto, da quel che vedo invece tu l’opposto. Sono sopravvissuto al bosco ed ho battuto l’orco. Lasciami stare fa uno sforzo e prenditi il cosmo. E non aver paura che…”

No, non è vero che non sei capace, che non c’è una chiave. Una chiave, una chiave, una chiave…

Paola Gallo©

3 Comments

  • Davvero molto toccante, soprattutto vero! Grazie sempre di esserci

  • Già. La chiave di lettura sta proprio lì.
    Ma i genitori di oggi, come anche un po’ quelli di ieri, spesso non captano i segnali.
    In particolare quelli di oggi, sembrano essere incapaci di gestire gli umori dei propri figli. Più che in passato. E questo lo trovo assurdo, perché oggi i giovani hanno molte più possibilità di quelle che avevamo noi negli anni 80. Eppure risultano ancora più abbandonati a se stessi. Da sempre gli adolescenti si rinchiudono nelle loro camere, musica a tutto volume, diario. Oggi c’è lo smartphone a liberare l’oppressione che quell’eta così delicata porta un ragazzino a isolarsi. Tutto intorno a lui piano piano cambia. Egli stesso sta cambiando. Si iniziano a rifiutare le coccole e le attenzioni dei genitori, che sembrano invasioni e non dimostrazione di affetto. Non c’è più un vero dialogo. Ma perché? Forse perché gli stessi genitori ragazzini adolescenti di venti trent’anni fa, non sanno come agire, e allora li lasciano nel loro oblio fatto di scritte tag su i muri, musica e paure. La paura di crescere. O la paura di non crescere troppo in fretta. Non avevo dubbi che fosse un altrettanto ragazzino ad aver spruzzato lo spray. Ne ero sicura. Una psicóloga ha detto che i giovani compiono azioni anche avventate e solo dopo se ne chiedono il motivo. Non prima.
    Il bullismo, di cui tanto si parla oggi, è sempre esistito. L’ho subito io stessa sulla mia pelle. Ne ho portato i segni per anni e anni. I miei genitori non hanno potuto fare più di tanto. Soprattutto se cresci in zone particolari dove spesso i figli stanno fuori casa tutto il giorno L, tornano a casa solo per mangiare magari si cambiano ed escono di nuovo fino a tardi. Non hanno educazione né in casa né tanto meno a scuola. Non so quale sia la soluzione a questo dramma. Me lo chiedo spesso. E non so darmi risposta. I violenti, gli emarginati, ci saranno sempre. Il problema è che il gruppo sta con i più forti. Mai con i più deboli. Squadra che vince vince. E parlo per esperienza vissuta. Mi dispiace vedere che vent’anni dopo la situazione sia la stessa se non peggio. Perché da un cellulare puoi far partire un missile che arriverà dall’altra parte del mondo. E non lo fermi. Come fai a fermarlo?
    Educazione civica! Per me è questa una buona chiave. Fina dalla prima infanzia nelle scuole primarie è necessario insegnare il rispetto per il prossimo. Il ministero dell’istruzione ci sta pensando. Io dico che non c’è niente a cui pensare. Agire e basta! E se si sbaglia si paga.
    Ora questo ragazzino vivrà per sempre con il cuore appesantito dalla morte di 5 suoi coetanei e un adulta. È un altra tragedia. La tragedia nella tragedia. Per lui, per la sua famiglia che di riflesso subirà il peso di questo gesto, e per le famiglie delle vittime che si chiederanno perché!? Perché!?

    Non parliamo poi della questione sicurezza.
    Inesistente.

  • Non ci sono parole!! Oggi so che è difficile essere genitore e sono contenta di essere solo zia, facile puntare il dito sui genitori che portano o mandano i figli in discoteca all’età di 9/13 anni. Ma cosa avrei fatto io se fossi stata stressata perché gli amici andavano? Mi sarei comportata magari allo stesso modo. Il vero problema è che sono stati venduti più biglietti del dovuto e che non c’erano misure di sicurezza adeguate. Se a questo si aggiunge chi per rubare o altro spruzza peperoncino il danno è certo. Non si possono piangere i morti per forse fare qualcosa. ?❤️

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