DIODATO: Un disco e un concerto per raccontare COSA SIAMO DIVENTATI

Milano, 3 febbraio 2017

Da dove viene tutto questo bisogno d’amore che hai Uomo Fragile? Si parte con un urlo ancestrale, dalla domanda della vita, ma anche dall’unica risposta che mitiga la paura di tornare a una vecchia e buia solitudineTi ripeti che nel perdono c’è gratitudine.

Cosa siamo diventati di Diodato è un disco rock. Prima di tutto perché violenta la paura del racconto intimo e autobiografico e in seconda analisi per i suoni, sporchi, sudati e pieni di corde e tasti. Il disco nato “live” suona naturalmente bene sul palco e ieri ha fatto vibrare di gioia e commozione la Santeria di Milano.  E, nonostante tutta la cura meticolosa e l’amore dell’artista per la canzone d’autore, non immaginate un concerto pensoso, ma piuttosto un ruvido susseguirsi di chitarre e ricordi, di intelligenza e di foto a volte bruciate dal flash. In fondo quello che era giusto aspettarsi dopo aver ascoltato questo nuovo disco e conoscendo il percorso di Antonio invischiato con la bellezza dei suoni da sempre.

Guarda • Cosa siamo diventati • @diodatomusic live in @santeriamilano

A video posted by Paola Gallo (@ondefunky) on

Guai, Cosa siamo diventati, Uomo Fragile ma anche incursioni nel passato e un omaggio a Fabrizio De Andrè con Amore che vieni amore che vai. Il suono riesce ad essere più rarefatto quando la voce viscerale di Diodato si infila diretta nella pancia degli spettatori, perché se è vero che la catarsi e la cura passano anche da una canzone e dalla sua interpretazione, non si può rimanere indifferenti a tanta intensità e le lacrime che brillavano ieri sera ne erano la più realistica testimonianza .

Facendo un passo indietro nel tempo e nel camerino della Santeria, nell’intervista che segue troverete riflessioni sincere sul disco, sul concerto ed entrerete nello stato d’animo di Diodato, ma anche qualcosa in più, a tre ore dalla sua seconda esibizione live.

Cosa siamo diventati sembra, pur non essendolo, il tuo primo disco

E’ vero. Mi rappresenta appieno e ci tenevo a farmi raccontare così da un album. Venivo da una prima raccolta della gavetta che era “E forse sono pazzo” in cui poi abbiamo aggiunto “Babilonia” e da un album di cover anni ’60 “A ritrovar bellezza” che  è servito a farmi influenzare da quei capolavori, perché quando  metti le mani dentro a quei brani hai un approccio molto diverso rispetto a quando li ascolti e basta.

E’ un po’ come per uno che decide di fare lo scrittore, approfondire la lettura di Omero o di Epicuro?

Esatto proprio così. La bellezza dei capolavori è che sono dotati di leggerezza che non è  superficialità, ma grande poesia in grado di  arrivare a tutti. 

Mi si scioglie la bocca (e il cuore) ? @diodatomusic live in @santeriamilano

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Amore che vieni amore che vai e Mi si scioglie la bocca in fondo hanno un tratto comune nella scrittura

Sono contento di essere stato influenzato. “Mi si scioglie la bocca” è stata scelta come primo singolo anche per questo, perché segue un po’ il percorso del disco precedente. Poi all’interno dell’album ci sono dei salti di stile e intenzione, ma io sono fatto così e mi sembra stupido limitarmi per seguire una strada e basta. Mi piace spaziare. 

Infatti questo è il disco di un cantautore  che si comporta come una rock band

A me  piace ragionare così già dalla scrittura, perché ho una band con cui lavoro da tempo e che sa esattamente dove voglio andare. Per cui già quando scrivo immagino il muro del suono che deve supportare quelle parole o le note che devono rafforzare certi concetti o comunque dare qualcosa in più anche a livello visivo a chi viene ai concerti. Quello che per me era più importante però in questo disco era raccontarmi con la massima sincerità. Ho lavorato per togliere tutti i filtri possibili e raccontare come sono e come sono stato. Sono felice di averlo fatto anche se questo non è un periodo in cui sento i colleghi muoversi nella mia stessa direzione. Io invece sentivo proprio il bisogno di raccontare me stesso. 

Partendo dalla straordinaria verità di Uomo fragile che io azzarderei come secondo singolo… 

Ho riconosciuto dei punti di forza anche nelle fragilità, anche se può sembrare una contraddizione. Una volta che impari a conoscerti bene, paradossalmente, puoi anche costruire qualcosa su quelle fragilità. Probabilmente in futuro questo mood cambierà, ma ora avevo bisogno di questa continua messa a fuoco su me stesso. E’ sorprendente notare che quando racconti con la massima sincerità qualcosa di tuo, di molto intimo, in tanti si riconoscono. Tramite i social oggi si possono avere riscontri immediati e in molti mi hanno scritto di aver ritrovato se stessi nelle mie canzoni. Tu pensi di raccontare un unicum e invece in tanti riescono a rispecchiarsi. In fondo anch’io mi sono avvicinato alla musica ascoltando canzoni che sembrava parlassero di me.  

Da meticoloso ideatore di canzoni, trovi più sciatta la mancanza di un buon arrangiamento o di un buon testo?

La cosa più importante è interpretare con intensità un testo, creare un legame indissolubile tra le parole e la loro interpretazione. Poi possono anche essere parole un po’ buttate lì, ma questo vincolo è fondamentale. E’ vero che io sono meticoloso ma in questo disco ci sono anche brani con delle volute imperfezioni tecniche come “Cosa siamo diventati” che è stato registrato in presa diretta con la band che suonava da una parte ed io in sala regia con il microfono. Abbiamo tenuto la prima versione senza ricantarla più. 

Hai paura di non essere capito?

Quando pubblichi qualcosa è normale farsi delle domande, ti confronti con un modo musicale di ragionare molto diverso dal tuo, intelligente, non voglio dire furbo. Ci sono canzoni confezionate molto bene e che riescono a tenere una forza nelle parole e un impatto sonoro immediato. Io sono altro, poi domani magari cassa dritta e ci divertiamo un po’. Ora dovevo raccontare un’altra storia e questo era il vestito giusto.

Il disco si chiude con il brano La luce in questa stanza: “E in questa luce danza, coi tuoi capelli danza, come un’ombra nel tempo e in questa stanza, un’altra vita possibile”

Volevo che questo viaggio passasse attraverso chiaroscuri e zone d’ombra importanti, ma che terminasse con la consapevolezza che, alla fine, nonostante tutte le ferite e i lividi, valeva la pena di essere vissuto. Volevo che nella stanza entrasse la luce. 

Verranno a trovarti sul palco artisti con i quali hai collaborato?

Non in questa prima fase del tour. Questa è una presentazione del disco, più in là rivedrò lo spettacolo inserendo magari degli ospiti. Le collaborazioni ti arricchiscono tanto quindi le porterò avanti di sicuro. Io mi avvicino sempre in punta di piedi quando mi chiedono un confronto artistico come è accaduto con Boosta o Daniele Silvestri. Cerco di fare solo le cose necessarie, senza strafare. Un approccio educato, direi. 

Ti arriverà voce del Festival di Sanremo? Lo guarderai quando non suonerai?

Prima di andare in gara al Festival con Babilonia non mi capitava di vederlo spesso, ultimamente invece vengo invitato a cene di amici organizzate apposta per seguire lo spettacolo con tutti i commenti possibili e immaginabili. Qualcosa ascolterò anche se in alcune date sarò in giro a suonare. Per me il Festival è stato sicuramente un aiuto però ha finito anche per catalogarmi. Quando  vai al Festival entri automaticamente in una categoria. Diventa la notizia più importante della tua biografia, anche per quei media che si dichiarano indie-alternativi.

E quale vorresti fosse invece la notizia più importante su di te?

I dischi  e la musica che faccio. Dovremmo tornare ad ascoltare di più con la gioia e il tempo di farlo. Nei dischi c’è tanto lavoro, dovremmo dedicar loro un po’ più di attenzione.

Paola Gallo©

 

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