NEGRITA live a Milano: Il rumore della felicità

Milano, 14 aprile 2018

Forse è tutto spiegato nella canzone che apre il concerto dei Negrita a Milano: “Siamo ancora qua, trattasi di abilità, tra applausi e tra fischi, campioni di rischi e nei dischi capisci le tue affinità“.  Perché una cosa è sicura, tra dischi che amerai di meno e canzoni che invece ti sono entrate nel cuore, a un concerto dei Negrita sai sempre cosa troverai: una band compatta che sa suonare rock molto bene e una grande sincerità. Anche nei tempi in cui più nessuno si schiera per la paura di perdere un millimetro di popolarità, Pau non usa mezzi termini per definire “un’altra guerra di merda” l’attacco congiunto di Usa, Gb e Francia alla Siria e il suono di Il libro in una mano la bomba nell’altra provoca più che mai il pubblico che cerca di liberarsi dalla paura e alleggerire i pensieri cantando a squarciagola.

Un muro di led disegna le scenografie. Efficaci, incisive, ruvide, piene dei colori necessari. Radio Conga trasmette i suoi suoni, gli amplificatori cadono e si rialzano su Mama Maè, tatuaggi dei fans scorrono su Scritto sulla pelle,  le immagini della band si ingigantiscono e sottolineano i passaggi di alcune canzoni che partono  dall’ultimo disco Desert Yacht Club (qui la mia recensione) per poi tornare indietro negli anni: In ogni atomo (sempre tra le mie preferite), Transalcolico, A modo mio,  Sex che nonostante qualche ingenuità ancora trascina le folle.

Ho imparato a sognare arriva in versione semi acustica, forse una delle  migliori che io abbia mai ascoltato. Toccante anche il  “buona fortuna E sia splendido” in bilico tra magone e rock tesissimo di Drigo e il fascino di canzoni come Magnolia, Che rumore fa la felicità, Rotolando verso sud o Non torneranno più. Una scaletta che chiude nell’emozione di tre date (Bologna, Roma e l’ultima ieri a Milano) tutta la voglia di stare sul palco e nel sudore/umore del pubblico. Pau, Cesare e Drigo visibilmente attraversati da brividi di ispirazione e felicità. Un bel concerto, tanto amore chiuso anche nei saluti del backstage. Grazie Gino per “l’acqua”, Fabrizio (Barbacci) e Dona per la purezza letteraria, Pau per quel sorriso sincero  che fa passare tutto, Drigo per quegli sguardi che non smettono mai di cercare di capire e Cesare per quel bene grande e sincero che ieri abbiamo sigillato in un ennesimo abbraccio.

Ps La prossima volta però me la fate Hemingway?

Paola Gallo©

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